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Si è tenuta domenica sera, presso l’auditorium IPIA di Alife, la serata di gala, organizzata dall’associazione alifana arteatro, che ha dato inizio alla seconda rassegna teatrale ” Teatro d’amatore”. Con circa 400 spettatori e lo  spettacolo che ha superato le tre ore di durata, i componenti dell’associazione hanno dato grande prova d’organizzazione oltre ad aver regalato una serata ai presenti che difficilmente dimenticheranno. Il tutto ha avuto inizio con la lettera della presidente dell’associazione Vincenza Martino, assente per motivi di salute, letta da Vittorio Di Caprio che oltre a farne le veci ha coordinato l’organizzazione dell’evento. La serata è stata ricca di momenti emozionanti, con le poesie e le testimonianze di Luigi Troisi e Nello Mascia premiati  dal capo comico Vanni Isabella e dal sindaco di Alife Giuseppe Avecone che hanno consegnato le ceramiche decorate dall’artista Santillo Martinelli. La serata è stata condotta con bravura e brio dei presentatori Luca e Pier francesco Frattolillo, affiancati dalla bellissima Giovanna Bassi che ha incantato la platea indossando cinque vestiti dell’atelier “Rossi” di Piedimonte Matese. Il momento più commovente c’è stato durante la proiezione del filmato dedicato a Massimo Troisi. Il tutto è stato accompagnato dalla “Di Cerbo big band” orchestra che ha dato lustro alla serata, insieme alla  prof.ssa  Anna Pia Mastrangelo al pianoforte,  con pezzi swing che hanno allietato gli spettatori, senza poi dimenticare Serena Vella  che ha presenziato alla manifestazione cantando          ” Quando”, di Pino Daniele, accompagnata alla chitarra dal bravo e promettente Matteo Di Caprio. . Sul palco, tra una esibizione e l’altra si sono avvicendate le dieci compagnie che parteciperanno alla rassegna, ed hanno spiegato ai presenti  le commedie che andranno a rappresentare. Il trucco e le acconciature sono state eseguite dalla titolare de “Il bello delle donne” Anna Maria Lombari. Insomma grande spettacolo, riuscito grazie all’impegno di tutti i componenti del’associazione che si sono divisi i compiti egregiamente: Romolo Ruggiero e Salvatore Negri come direttori di palco, Carmine Bucci come direttore di platea, Anna Ferrante, Veronica Molitierno alla biglietteria, Salvatore Vitelli e Daniela Esposito che hanno coordinato le maschere (ragazze e ragazzi di bella presenza che volontariamente si sono offerti di aiutare l’associazione per la serata di gala), Luciano Ciccarelli per la scenografia, Raimondo Vella e Giuseppe Calcagno alla regia e Vincenzo Pece alle luci, infine Lia Di Lullo che oltre ad essere la regista della compagnia teatrale locale”Ketty Di Caprio” ha dato il suo apporto per la buona riuscita della manifestazione. Per tutti coloro che sono interessati la campagna abbonamenti non è ancora chiusa e il costo dei biglietti, cosi come per la prima serata è di 5 euro acquistabili presso il botteghino sito in Piazza Termini al centro di Alife. La prima rappresentazione teatrale ci sarà sabato 8 dicembre alle ore 20.00 presso l’auditorium dell’ IPIA di Alife e sarà  proposta dalla compagnia di Mondragone “Il sipario” , la commedia ” Un sogno di…vino”. L’arte del teatro a portata di mano per tutti coloro che nel periodo invernale avranno voglia di passare due ore divertenti e di spettacolo in compagnia degli amici dell’associazione “Arteatro”.

Oggi alle ore 11.00 presso la sala consiliare del comune di Alife è stata presentata la seconda rassegna teatrale “teatro d’amatore ” organizzata dall’associazione alifana arteatro.

Presenti all’appuntamento tanti giornalisti, l’associazione arteatro al completo ed il sindaco Avecone che ha portato il saluto dell’amministrazione e confermato la vicinanza alla manifestazione.

Dopo la prima edizione che ha contato 180 abbonamenti, e circa 350 persone presenti ogni sera la sfida per quest’anno è battere i numeri dell’annata precedente e ciò è confermato dal livello d’organizzazione della rassegna: 11 eventi, tante compagnie professionistiche alcune provenienti da fuori provincia e fuori regione, per non dimenticare della serata d’apertura del 25 novembre alle ore 20.00 dove saranno presenti l’attore  Nello Mascia  ed il poeta Luigi Troisi fratello del compianto Massimo Troisi. Inoltre ci sarà la cantante piedimontese Serena Vella e l’orchestra Di Cerbo Big Band che suonerà rigorosamente dal vivo diversi pezzi tra i più belli del repertorio musicale classico e tradizionale. Il tutto presso l’istituto professionale di Alife.

I biglietti hanno il costo di 5 euro mentre l’abbonamento  per l’intera rassegna compresa la serata del 25  novembre ha il costo di 50 euro. L’unico punto vendita è situato ad Alife difronte alla Banca Capasso in Piazza Termini che sarà aperto tutti i giorni dalle 09.00 alle 12.00 e dalle 16.30 alle 19.00, mentre la domenica dalle 10.00 alle 13.00.

Per quanto riguarda invece la rassegna teatrale quest’anno sono di scena 10 compagnie teatrali molto diverse tra loro per storia, tradizioni e provenienza.Infatti abbiamo 3 compagnie amatoriali presenti nel nostro territorio Alto Matesino che sono: la Compagnia teatrale AMICI DISPONIBILI di Piana di Monte Verna, l’Associazione Teatrale EDUARDO SCARPETTA di Gioia Sannitica e la compagnia teatrale KETTY DI CAPRIO di Alife.L’altra parte delle compagnie invece proviene da Caserta e dintorni: e cioè la compagnia teatrale ERNESTO CUNTO di Caserta, l’Associazione Culturale SENZA FILI di Centurano,  la compagnia I BEL VEDERE sempre di Caserta, la compagnia teatrale II SIPARIO di Mondragone, l’Associazione culturale FRATELLI DE REGE di Caserta.Infine interverranno la compagnia “LA BANDA DEGLI ONESTI” di Sant’Angelo a Cupolo in provincia di Benevento e da fuori regione la Compagnia teatrale LUNA NOVA di Latina.Si alterneranno compagnie amatoriali e compagnie di attori professionisti noti come Varone, Allocca, De Rosa, Cunto. In ogni caso le informazioni dettagliate sono recuperabili all’ interno della brochure. Le commedie che verranno rappresentate fanno parte sia del repertorio classico napoletano come Na Santarella di Scarpetta, O Vico di Viviani, Filumena Marturano di Eduardo DE Filippo e Pronto 6 e 22 ? di Riccora,  sia di autori viventi contemporanei come i fratelli Canzano, Ernesto Cunto, Gigi Manfredi, Eduardo Barra.

Oltre al doveroso ringraziamento per gli sponsor e al sindaco sono stati ringraziati la dirigente scolastica la prof.ssa Balducci e il dirigente amministrativo, sempre del professionale, il sig. Salvatore Simeone per la stima e la vicinanza nel realizzare questo  ambizioso progetto per l’intera comunità dell’ alto casertano e non solo.

L’arte è cultura, passione, amore, basta poco per ampliare i propri orizzonti e migliorarci, cogliendo ciò che il teatro trasmette in ogni momento. Godetevi lo spettacolo !!!

Di Carmine Bucci

di Carmine Bucci (fonte M. Mancini tratto da www.isanniti.org/celestino, testo a cura di E. De Cesare)

Per questa pubblicazione ringraziamo Mario Mancini per averci informato dell’esistenza di questa testimonianza. Il linguaggio tipico del tempo e la descrizione meticolosa dei fatti fanno di questa narrazione un reperto unico visto che, fino ad ora, non siamo a conoscenza di altre testimonianze scritte.

NARRAZIONE  DEL DILUVIO AVVENUTO IN SANT’ANGELO NEL 1857
del Prof. Avv. DOMENICO VITI *
L’anno 1857 fu sommamente ubertoso per le abbondanti raccolte di tutte le derrate. L’estate piovosissima e perciò più abbondanti le raccolte del granone e fagioli. Fin dal principio di quell’anno una voce vaga era in giro presso tutti i contadini, cioè che nel giorno 13 giugno di quell’anno per effetto di un cataclisma doveva perire tutto il mondo. «Ut universa quae in terra sunt, consumetur».
Venne il 13 giugno, ognuno aveva l’animo preoccupato, ma la giornata passò senza incidenti. Invece i tristi presagi in parte erano riserbati al 13 settembre.
In detta giornata cadeva la festa dell’Immacolata Concezione che per antica consuetudine si celebrava ogni seconda domenica di Settembre. Il sabato 12 vigilia della festa, cominciò il concorso dei forestieri, e verso la sera il forte soffiare dei venti australi, una pesantezza nelle membra, un caldo atmosferico soffocante, densi nuvoloni accavallati sulle montagne, l’aria gravida di elettricità, faceva da tutti presagire l’avvenimento di straordinario nembo.
Tutta la notte del sabato fu un lampeggiare continuato ed i frequenti acquazzoni tenevano desti gli abitanti delle contrade Valle Martellata e Corvini perché quei valloni due o tre volte ingrossarono.
Sul far del giorno il cielo era diventato tranquillo e prometteva bel tempo onde che altri forestieri intervennero e tutti accorrevano per solennizzare la festa, ed il luogo della raccolta era dalla Chiesa fino alla casa di Raffale Andreotti che fiancheggiava il vallone.
La via S. Maria era già gremita di popolo e di ogni specie di rivenditori. La Chiesa piena zeppa di gente, dove doveva fare il panegirico un valente oratore. Le funzioni erano appena incominciate che dal cielo, dapprima tranquillo, fattosi orribilmente fosco, si rovesciò una fitta pioggia che andava sempre aumentando.
Michelangelo e Pasquale Conte, economi della festa, volevano ad ogni costo che si fosse fatta la processione per ottenere abbondanti offerte e da forsennati percorrevano su e già la via Sata Maria, incoraggiando la gente che cercava qualsiasi riparo. Essi dicevano: “Non temete, coraggio, la pioggia è bell’e finita, al di là del fiume splende il sole, la processione si farà”.
Infatti dai paesi al di là del Volturno, dove in quella giornata non piovve si osservava che dalle montagne di Raviscanina, fino a quelle di Piedimonte, Gioia e Faicchio erano addensati orrendi nuvoloni, lampi continui, come se vi fosse caduto sopra un bolide incendiato.
Ho detto che la pioggia andava sempre crescendo ma verso mezzogiorno crebbe in tal misura che i tetti non erano più riparatori delle case, quindi, acqua dappertutto.
Io ero in casa con le mie zie che accudivano alle faccende di cucina e nella cucina eravi pure il sacerdote Alfonso Ferrazzani il quale, dolcemente ragionando con le dette mie zie, si trangugiava un canestro di fichi troiani. Erano pure nella limitrofa stanza Eraclio Rotondo, scarpellino di Pietravairano, Marianna Centofanti, Giustina Lisi, Giuseppe Lorino e Gloria Vitto di Roccavecchia, amici di mio zio Antonio. Gloria Vitto, gioconda e leggiadra fanciulla di anni venti, era prossima a sposare, ma gli allori delle sue nozze si mutarono in cipressi perché fu trasportata dalle acque fin presso le rive del Volturno.
Durante quella pioggia torrenziale ogni animo faceva cattivi presentimenti ed era in preda alla disperazione. Io trasportato da forza irresistibile di tanto in tanto lasciavo i miei ospiti ed andavo sulla loggia coperta a guardare il vallone il quale benché gonfio non ispirava serii timori. L’ultima volta che mi recai sulla loggia, restai sorpreso nel sentire dalla parte settentrionale un cupo fragore, man mano un sibilo così forte da rompere i timpani e dar l’emicrania, indi, dalla parte dell’orto di Perna vidi schizzare con la celerità dell’elettrico, turbinando lungo il letto del vallone una quantità di sassi, seguiva questo turbinio una montagna nera alta circa cento palmi che dalla collina dell’orto di Perna precipitavasi sulla Valle Martellata.
Allora il vallone S. Bartolomeo, arrivato nelle vicinanze dell’orto di Perna, trovava di fronte una collina e doveva fare due risvolte, ma quella lava impetuosa divise in due parti la collina e da quell’altezza formava un rettilineo dalle falde della Sassara al trappeto di Ferrazzani.
A tal vista i capelli in capo mi si rizzarono e gettando un grido di disperazione, corsi nella cucina invitando le zie e gli ospiti a salire sui tetti; Marianna Centofanti che saliva appresso alle zie fu trattenuta dal prete Don Alfonso Ferrazzani che volle salir prima, si annegò salvandosi costui.
Si cominciò a vagare di tetto in tetto ed io ebbi una ondata di acqua che mi portò via un tacco della scarpa. Dal vico Morgantiello ci porsero delle scale e così scendemmo nel vico ricoverandoci nella casa dell’Arciprete Ferrazzani.
Tutto ciò succedeva in pochi minuti. Noi vagavamo a guisa di gatti sui tetti allorché l’intera mia casa e le altre convicine erano scomparse.
Le mie zie, il prete Ferrazzani ed io, scampammo miracolosamente, le altre persone che erano in mia casa perirono tutte.
Nella casa Ferrazzani trovammo nuovi tormenti e nuovi tormentati, dovemmo assistere a scene strazianti: il primo piano inondato di acqua fangosa che veniva dalla loggia invasa dal vallone. L’androne del gran portone d’ingresso zeppo di forestieri e venditori, e l’acqua per circa mezzo palmo lo aveva invaso. Nell’ultimo piano distinti signori in preda alla disperazione e fra costoro il Panegirista che era impazzito addirittura ed il maestro di musica, D. Giuseppe Peci che giustamente presagiva la distruzione della sua casa con la intera famiglia. L’Arciprete Ferrazzani, in cotta e stola, dalla finestra prospiciente alla Valle Martellata, dava l’assoluzione in articulo mortis agli annegati, era insomma l’orrore in tutta la sua maestà che la potenza dell’uomo non sa e non può descrivere.
Andrei troppo per le lunghe se volessi descrivere tutti i particolari di quell’orrenda giornata, mi limiterò alle cose più essenziali.
Distrutta la Valle Martellata, le acque del torrente andavano ad infrangersi sul fabbricato che conteneva il trappeto con il suo quarto superiore, la loggia ed i vani bassi dell’Arciprete Ferrazzani e come una molla che scatti si divideva in due correnti, una, la maggiore che portò via per metà la casa di Raffaele Andreotti con tutto il vino e gli apparecchi di cantina, essendo egli un rivenditore.
L’altra corrente per l’arco del vico Morgantiello, e, questa porzione allagava la via S. Maria fino ai primi gradini della Chiesa minacciando di rovinare tutto il casamento di Don Marco e Don Rodolfo Peci e la parte superiore dei Corvini. Molti annegati per questa corrente furono trasportati per la via Corvini che immetteva nel torrente di Santa Maria.
La casa di Don Marco Peci era in serio pericolo, dal lato di occidente era battuta dalla corrente principale la quale, avendo un letto piuttosto largo, lesionò appena le mura che confinavano col vallone. L’altra corrente che impetuosa usciva dall’arco Morgatiello, senza posa flagellava tutto il muro dalla parte superiore. Per fortuna il portone era aperto e che le porte di tutti i bassi della casa istessa si sfondarono e così l’acqua dissipandosi in tante direzioni, scemava di forza e la rimanente riversavasi nel sopportico della casa di Don Rodolfo Peci ed altra lungo la strada dei Corvini.
La casa del Sig. Peci fu di ricovero a più di cento persone e fra queste molti galantuomini e signore che erano usciti dalla Chiesa. Tutti asserivano che quella casa correva un pericolo grande e reale perché investita da tutti i lati ed i suoi bassi erano tanti emissari.
Tutto il casamento tremava siffattamente da sembrare un pesante carrozzone tirato a stento su di una strada di fresco imbrecciata.
Le sparpagliate acque del vallone San Bartolomeo in tutta la lungrezza della canapina di D. Giuseppe Peci si congiungevano a quelle del vallone Santa Maria, come il Ticino col Po presso Pavia, al Ponte San Vincenzo alla Macchia. Quando quel ponte fu costruito, non si pensava che poteva succedere simile disastro, quindi non era bastante a dare sfogo a quell’immenso volume d’acqua cosicché il dippiù da sopra il ponte si riversò sul sottoposto fondo dei Preti ed in men che nol dico, il caseggiato col trappeto con tutti i suoi utensili fu raso al suolo, una porzione di acqua cominciò a scendere alla Cupa. La Chiesa dell’Annunziata, investita con impeto, era al momento per essere trasportata via insieme alla parte piana della Cupa. Tre macigni di orrenda mole fermati accosto le pareti della Chiesa sono testimoni eloquenti di quanto asserisco.
Ma l’Angelo di Dio gridò: « Non plus ultra ». Era per verificarsi ciò che prevedeva D. Giuseppe Peci dalla casa Ferrazzani.
Le acque dei due valloni si spandevano dai Corvini alla Piazza per tutta la Canapina di D. Giuseppe Peci formando un mare o lago in tempesta, ed il ponte di San Vincenzo, investito da orrendi macigni che trasportavano i due Valloni che in quel sito affociavano le loro masse, precipitò aprendosi un abisso e le acque dissipandosi in esso, la Chiesa e la Cupa furono salve.
Non si rinvennero neppure le vestigia del profondissimo Pozzo che era sulla sinistra del ponte, tanto utile al nostro paese. Scomparve anche la nicchia in fabbrica dove era la effigie di San Vincenzo che dava il suo nome a quel sito.
Il teatro dell’orrore era la via S. Maria. Nella loggia dell’Arciprete Ferrazzani dai furibondi cavalloni furono sbalzati vari annegati che si salvarono, e fra costoro Michele Maiello insieme ad un pargoletto suo figlio.Angela Manera, moglie del Maiello, si salvò parimente e così pure Pacifico Geremia. Il trappeto Ferrazzani con due bassi attigui era zeppo di gente, e perché queste case furono inondate erano tutti sommersi fino alla gola e gracidavano come rane in quell’onda fangosa. Allorché cessò il temporale, quella gente inzaccherata di melma fu sdraiata lungo la strada Santa Maria per farla riavere dall’assiderazione.
I] giardino di D. Marco Peci e tutto quello spazio che dai Corvini si estende alla Piazza e che forma la Canapina di Don Giuseppe Peci non era più riconoscìbile, la superficie era perfettamente cambiata, era un ammasso di ciottoli e macigni. Le olive tutte decorticate ed in ogni pianta si formava un deposito di oggetti che l’acqua trasportava: lenzuola, coverte, mensali e biancheria di ogni specie ridotte in cenci, tronchi di alberi, panche, tavoli e travi, e diversi cadaveri disseminati per quel sito.
Nel vico sottoposto alle case di D. Marco e D. Rodolfo Peci e propriamente accosto l’abitazione di Antonietta la Correra, fu rinvenuto il primo cadavere, l’unico che l’acqua abbia rispettato perché non era denudato come tutti gli altri e distinguevasi benissimo anche il suo gilet rosso che indossava nei dì festivi. Costui era Giosuè Stagno figlio di Giuseppe.
Nello spazio davanti la porta della Chiesa furono depositati dieci cadaveri che avevano raccolto nelle vicinanze, nessuno riconoscibile, tutti denudati con l’epa gonfia e pieni di contusioni, dissero taluni che riconobbero il cadavere della celebre meretrice Rosina Norato.
La casa del  Serviente Comunale  Domenico  Sansone,  alias   «Tribuzio», situata alla destra del Vallone era rimasta priva di uscita perché l’acqua aveva portato via la lunga gradinata d’ingresso, sprofondando le fondamenta, e quella numerosa famiglia vedevasi ivi accovacciata, tutti allibiti, taciturni e con gli occhi stralunati.
Mio zio Antonio ed altri notabili del paese, sul far della sera vollero condurmi nel sito dove la mattina esisteva la nostra abitazione e, ma quale fu la nostra sorpresa nel non ravvisare nemmeno il suo posto, non più si scorgeva la primiera topografia, la superficie di quella contrada era totalmente cambiata, non vedevi altro che smisurati sassi accavallati l’uno sull’altro. A tale considerazione rimanemmo affranti e, sdraiati… su di un macigno piangemmo amaramente sulle ruine di Gerusalemme.La  sera  non   si   conosceva il   numero  dei  morti,  ma  prevedevamo che fossero stati a centinaia perché il luogo principale dell’inondazione era gremito da circa un migliaio di gente, invece il numero dei morti, non  già  degli  annegati,  furono  29  e  sono:

  1. Marianna  Centofanti  fu Bernardo  di  Roccavecchia;
  2. Giuseppe  Larino  idem;
  3. Giustina  Lisi idem;
  4. Gloria Vitto di Costantino idem;
  5. Eraclio Rotondo di Pietravairano;
  6. Fra Giuseppe d’Agostino monaco dell’Ospizio di  S. Antonio;
  7. Giovanni d’Agostino fratello del primo;
  8. Sisto Mastrangelo di Piedimonte;
  9. Vincenzo   De  Risi   fu   Pietro   di   S.  Angelo;
  10. Maria   Rosa Martino   di   Francesco,   idem;
  11. Angelo   Gilardi   di   Colantonio   idem;
  12. Antonia Sacchetti di Michele idem;
  13. Maria Grazia Terrazzani di Filippo idem;
  14. Maria Conca di Giovanni idem;
  15. Giosué Stagno di Giuseppe idem;
  16. Maria Giuseppa Pocino di Michele idem;
  17. Cecilia Lanzone  di Domenico  idem;
  18. Antonio Angelillo  idem;
  19. Domenico Zazzarino   idem;
  20. Nicola  Gillardi  fu  Angelo  idem;
  21. Maria  Rosa d’Agostino di Donato idem;
  22. Margherita lacovone di Raffaele idem;
  23. Michele  Pocino   di   Antonio   idem;
  24. Antonio   Pocino   di   Michele idem;
  25. Caterina De Risi fu Francesco idem;
  26. Serafina Iannaccone idem;
  27. Rosina  Norato  idem;
  28. Maria  Palma  Pisaturo  di  Michele idem;
  29. Nunzio Frasso fu Gabriele idem.

Di questi 29 dieci soltanto furono raccolti nelle vicinanze del paese e furono sepolti in Chiesa; 19 furono raccolti nella pianura e furono sepolti in una profonda fossa escavata ad hoc accosto la Cappella di Santa Maria del Campo.
Se l’abitato fu così mai ridotto, le campagne non soffrirono meno. Il Torrente portò nella pianura immensa ghiaia e sotto la taverna più di cento tomoli di terreno erano ingombri di sassi.
Il volgo profano che mira le cose sempre con le lenti d’ingrandimento non supponendo nemmeno per pensiero che l’acqua a misura della pendenza e del volume così si accresce la sua forza, all’aspetto degli spaventevoli macigni trasportati dall’acqua, immaginarono un effetto di forza maggiore, una cosa soprannaturale, e così spacciarono che mentre imperversava il temporale, dei diavoli a forma di tori con le loro corna spingevano quei grandiosi sassi e la loro immaginazione fu tradotta in via di fatto. Salvatore d’Agosta, detto volgarmente Ciccone, che abitava in un tugurio nella valle di Cicchillo pochi metri distante dal vallone, a chiunque lo visitava asseriva di aver veduto coi propri occhi spaventevoli tori che con le corna lanciavano in aria come pagliuche grossi macigni.La stessa cosa asseriva Michele Sbaraglia che si trovò nel suo fondo detto pastinello alla contrada « Tre faggi », vicinissima al torrente Valle Martellata. Costui diceva di aver veduto una mandria di quei tori che non solo sbalzavano sassi ma con le corna percuotendo le rupi, scuotevano anche le montagne. Altri asserivano che tale cataclisma avvenne per talune famose « pernottazioni » fatte quel dì in diversi punti delle montagne con molto intervento di famosi maghi. Il volgo per « pernottazione » non intende mica passare la notte in un luogo diverso dal solito, ma la nefanda opera dei magoni con lo intervento dei spiriti infernali.
Così per esempio, vedendo quel sasso d’immensa mole rimasto nella risvolta del colle spezzato nell’orto di Perna, dicevano i contadini che tutta l’acqua del mondo non avrebbe potuto trasportarlo, ma erano state le corna dei diavoli sotto l’apparenza dei tori che lo avevano urtato, anzi ravvisavano in esso i segni delle cornate. Così pure altri macigni rimasti dove era il vicolo Valle Martellata ed anche i sassi fermatisi sull’estremità del muro della Chiesa dell’Anmmziata, dalla parte occidentale, anzi i contadini più sofisti osservavano che lo sforzo dei diavoli era quello di abbattere la Chiesa, avevano con le corna lanciato contro di essa quei macigni che solo a toccarla dovevano mandarla in frantumi, ma che le loro forze non prevalsero essendovi a custode l’Angelo di Dio.
Per altro essendo un avvenimento non mai succeduto a memoria d’uomo, i ragionamenti che si facevano in proposito erano tutti sofistici, anche qualche scienziato che avrebbe potuto per così dire spiegare le vere cause del cataclisma, della possanza dell’acqua con una determinata pendenza, anche costoro hanno sofisticato a meraviglia.
In quella calamitosa giornata molti si distinsero per carità e per filantropia. Vincenzo De Risi che era riuscito a salvarsi si annegò mentre accingevasi per salvare altri annegati. Fra Giuseppe d’Agostino avvisato in tempo a fuggire, non volle dicendo che S. Antonio ci avrebbe pensato e così perì miseramente insieme al fratello Giovanni che era venuto da lontano paese per passare la festa in compagnia del frate. Cecilia Sansone avendo imprestata una buggetta ad un torronaro, al sopraggiungere dell’inondazione il torronaro scappò via lasciando in preda delle acque il suo negozio, ma la Sansone si lanciò nella acqua sperando di salvare la buffetta, e così fu trasportata nella pianura divenendo cadavere irriconoscibile. Pacifica Geremia fu miracolosamente salvata lanciandole una fune.Danni immensi ebbe a deplorare D. Marco Peci e fra gli altri la perdita totale dell’olio e dei cereali.
Ma chi più si distinse in quell’orrenda catastrofe e che merita ed è degno di universali encomi e di sensi di sentita riconoscenza fu il nostro solerte ed amorosissimo Arciprete D. Vincenzo Ferrazzani, il quale dapprima confortò gli annegati moribondi con l’assoluzione in extretnis, poi mise la sua vasta abitazione a discrezione di tutti coloro che rimasero privi di tetto, ed a tutti apprestò soccorsi a larga mano. Tradirei la verità se non facessi di ciò menzione additando ai posteri la sua carità cristiana, la nobiltà del suo procedere ed i generosi suoi sentimenti.

In merito a tutto ciò proponiamo di dedicare la giornata del 13 settembre ai caduti dell’alluvione. Diteci la vostra…

“Meraviglia italiana”

Pubblicato: 15 ottobre 2012 in CULTURA
Chiesa di Santa Maria della Valle, Cappella Sant’Antonio Abate.
via Santa Maria, SANT\’ANGELO D\’ALIFE Caserta
sito culturale

Tra i gioielli gotici appartenenti al patrimonio monumentale italiano, vi è anche l’antica chiesa di Santa Maria della Valle, più conosciuta con il nome di Cappella di Sant’Antonio Abate. Il piccolo complesso romanico, custodisce al suo interno un ciclo pittorico di affreschi riconducibili alla fine del XIV secolo. Si possono ammirare le magnifiche scene di vita della Madonna, dall’Annunciazione, all’Assunzione, oltre ad uno dei rari esempi di alberi di Jesse presenti in Italia, nel quale è riportata la genealogia della Madonna con la rappresentazione dei Re di Israele e dei profeti che hanno annunciato la venuto del messia. Sulla parete del retro portale fanno bella mostra le scene di vita di Sant’Antonio Abate, mentre le vele della volta sono riccamente ornate di prospettive nelle quali sono posti i padri ed i dottori della chiesa, insieme ai quattro evangelisti. Particolare attenzione e la scena del retro portale, nella quale è raffigurato l’antico borgo di Sant’Angelo con il blasone della famiglia Marzano, feudatari dal 1298 al 1456. Nel 2007 questa piccola chiesetta è stata oggetto di studio da parte dell’UNESCO, grazie al delegato per le tradizioni musicali Giuseppe Michele Gala, che ha decretato quale affresco dello zampognaro più antico d’Italia, proprio quello raffigurato nella scena di vita della natività, custodito in questa splendida chiesa.Grazie all’impegno del forum dei giovani locale la cappella è stata riconosciuta “Meraviglia Italiana”.

Visitate il sito: http://www.meravigliaitaliana.it/index.php?action=index&p=14&meraviglia=267

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di Carmine Bucci